Family affairs Workers playtime

Il sabato è sopravvalutato.

Un sabato sera al paesello

Alcuni di voi questa storia già la conoscono, o perché gliel’ho raccontata per email, o sabato hanno subito i miei sproloqui via whatsapp, o hanno seguito la cronaca via twitter della serata. Per chi non l’ha vista e per chi non c’era (semicit.) ripropongo qui, perché non ripetersi è importante, ma la narrazione è fondamentale.

Il sabato, come dicevo, è sopravvalutato, e preferirei starmene in terrazza, birra in mano, a pensare alle strategie per il GP della Cina, o sbracata a guardare Ulisse su RaiTre. Dunque, perché mi trovo sulla SS1 Aurelia, direzione paesello, dove so che mi attendono persone che mi stanno sui coglioni (ve ne ho già parlato qui) e una serata irritante?

Non lo so. Penso che il solo aspetto positivo di questo momento sono i Built to Spill nello stereo e il sole che tramonta sulla Maremma.

Mi state dicendo che per questa canzone non esiste un video? Seriously?

Per principio, non vado alle inaugurazioni.

Odio l’assalto al buffet, odio la ressa per un posto a sedere, il rituale obbligato della prenotazione del tavolo. Detesto dovermi tirare a lucido per l’occasione – non è una laurea, non è un matrimonio. Mi danno l’urto i locali pretenziosi dove, solo per il fatto che si suona un po’ di jazz, gli avventori pensano di essere a Manhattan con Woody Allen, e questo, miei cari, è un locale decisamente pretenzioso. Tempo due mesi e sarà affollato da pariolini in bermuda e ciabatte appena scesi dalla barca, strategicamente ormeggiata di fronte; gli indigeni, pure se ripuliti da capo a piedi, saranno snobbati o invitati ad allontanarsi.

Mi avvicino al bancone e chiedo uno spritz. Ho finito il Campari, mi dice il barman, glielo faccio con l’Aperol? Ci penso. L’Aperol dallo pure al budello di tu ma‘ Mi faccia un mojito, grazie. Torno al tavolo: il direttore artistico conversa con l’amico di infanzia, quello odioso, di cose e persone che non conosco. La fidanzata dell’amico intrattiene a sua volta tre loro amici. Contemplo l’idea di andarmene a fanculo da un’altra parte. Trovo una collocazione precaria, prendo il cellulare, mi esprimo in maniera poco civile su twitter.

Il direttore artistico e l’amico d’infanzia stanno parlando dell’evento della settimana successiva, cui stanno lavorando da mesi. Il direttore artistico, per inciso, si è lamentato tutta la settimana con me di come sia borioso, inconcludente, incapace l’amico d’infanzia; di come la fidanzata di costui non perda occasione per ficcare il naso in cose che non le competono. La fidanzata non si perde un’inaugurazione, spende tutte le sue sostanze in scarpe e vestiti, di lavoro vende sementi e tagliaerba.

Non guardate me, io non c’entro niente

la mia qualifica professionale degli ultimi anni è stata donna di fatica e non è un caso, l’ho deciso io. Il telefono suona, ne approfitto per allontanarmi. Vedo passare alcuni amici, cerco di convincerli a trascinarmi via ma hanno fretta, devono andare a cena. In effetti anche io ho fame. Guardo il buffet, ne ammiro la desolazione dopo il passaggio delle cavallette. Quando l’amena compagnia mi chiede dove si possa andare a mangiare il pesce “ma spendendo poco” quasi rotolo in terra dal ridere. Propongo di ripiegare su una pizza nella mia pizzeria preferita. Dimentico di specificare che la pizzeria si trova dall’altra parte del paese, che dobbiamo camminare un km.

La fidanzata dell’amico di infanzia, a metà del lungomare, si lamenta a mezza voce che io l’abbia fatta camminare con quelle scarpe. Dall’alto dei non-tacchi dei miei Doc Martens me ne frego, e allungo il passo.

Ma cosa hai?

mi chiederà più tardi il direttore artistico. E io, invece di rispondere niente come farebbe qualsiasi donna, darò sfogo al mio disappunto.

When I was a kid I saw a light
Floating high above the trees one night
Thought it was an alien
Turned out to be just God